Soltanto nell'ultimo mese l'argento è salito di oltre il 40%. In un anno l'impennata arriva al 230%. Neanche l'exploit dell'oro (+80% in un anno alla soglia ieri dei 5.000 dollari l'oncia) racconta tanta euforia concentrata in così poco tempo con le quote arrivate ieri a oltre 100 dollari l'oncia. Anche se non siamo ancora ai picchi reali del 1980 (+250%), c'è qualcosa di più dietro la caccia al metallo bianco rispetto alla classica corsa verso beni rifugio in tempi di tensioni geopolitiche, gioco dei dazi e di indebolimento del dollaro come riserva mondiale.

Per gli analisti è in corso un cambiamento strutturale dei mercati globali, in cui l'interventismo dei governi su asset strategici come le materie prime critiche ha un ruolo tutto nuovo. Sia gli Usa, che a novembre scorso hanno inserito l'argento tra i minerali critici per la sicurezza nazionale, sia la Cina, che ha appena imposto limitazioni all'export, sono in caampo per assicurarsi scorte rotonde di un metallo diventato cruciale per la transizione verde e per quella digitale, per esempio per la produzione di pannelli fotovoltaici o batterie, ma anche veicoli elettrici, infrastrutture per il 5G e per i data center.

Due dati parlano chiaro. Il primo riguarda la domanda industriale di argento (il 58% della domanda). Con la domanda verde che erode le scorte (il deficit è stimato a 215 milioni di volte), l'industria è con le spalle al muro. Del resto, la Cina in prima linea nel piano di transizione energetica e la domanda asiatica è destinata a salire ulteriormente, in uno scenario in cui l'offerta globale fatica a tenere il passo. Anche dagli Usa la domanda è prevista in forte aumento. Lo Short-Term Energy Outlook della US Energy Information Administration prevede che la generazione di elettricità continua a salire nei prossimi due anni, con il solare che resta la fonte a crescita più rapida.