“Questo è uno studio di registrazione?”. Quando finalmente si decise ad aprire la porta per zittire quel campanello insistente si trovò davanti due ragazzi giovanissimi. Sembravano due scappati di casa. Li studiò a lungo prima di farli entrare. “Mi chiamo Vasco Rossi”, si presentò il primo, magrissimo, occhi di un azzurro cenerino, capelli chiari a caschetto un po’ disordinati, sigaretta accesa in bocca. Il secondo era moro, longilineo: si chiamava Gaetano Curreri. Scrutarono il mixer e sputarono il rospo. “Vogliamo registrare due canzoni: Jenny e Silvia”. Prese la musicassetta, diede loro fiducia e si mise al lavoro in quello studio di fortuna ricavato in un appartamento di via Schiavonia, a Bologna. Dietro quel groviglio di tasti, leve e manopole, pronto a trasformare idee in dischi, c’era Maurizio Biancani, all’epoca giovanissimo pure lui. Quel giorno cambiò per sempre la sua vita. E forse anche la loro. Era il 1977.
Erano esausti i due artisti emergenti, sfiniti dai rifiuti e dalle richieste improbabili. Come quella di far suonare in un corridoio un batterista di nome Attila, che non ne volle sapere. Non che Biancani se la passasse meglio. Solo un anno prima, per mettere in piedi quello studio sgangherato insieme a dieci soci si era indebitato per undici milioni di lire: uno a testa, fu la missione. Per ripagarli duplicavano senza entusiasmo le musicassette dei comizi del Psi di Bettino Craxi. Ma la musica non era solo una passione. Era la sua ragione di vita: avrebbe fatto il fonico, nonostante le perplessità della madre, perché la musica fosse vissuta, non semplicemente ascoltata. Ci riuscì, diventando uno dei principali ingegneri del suono d’Italia e una colonna portante della Fonoprint, culla della musica italiana e non solo.






