Nei dibattiti di Bruxelles e nelle campagne politiche nazionali – in particolare nei Paesi a forte trazione populista – da mesi si ripete che sostenere l’Ucraina «costa troppo» all’Unione europea.
I numeri raccontano però una realtà diversa. Il sostegno europeo a Kiev equivale oggi a una sorta di premio assicurativo: una spesa paragonabile a quella che l’UE dovrebbe sostenere ogni anno per prepararsi a una vittoria russa e a un conflitto diretto con la NATO, ma con rischi geopolitici e strategici di gran lunga superiori.
Un numero crescente di leader politici costruisce il consenso sull’idea che il costo finanziario della guerra in Ucraina sia ormai insostenibile. Il tutto avviene in una fase cruciale, in cui l’Europa è chiamata ad assumersi una responsabilità finanziaria crescente per un conflitto che, per durata, si avvicina a quella dei due conflitti mondiali, mentre gli Stati Uniti riducono progressivamente il proprio coinvolgimento. Questo contesto mette sotto pressione sia la capacità di mediazione politica dei leader europei – affinata negli ultimi quindici anni anche nel confronto con governi populisti – sia gli strumenti giuridici dell’Unione.
Ad oggi, secondo l’Ukraine Support Tracker dell’Istituto di Kiel, l’Ungheria è tra i Paesi che contribuiscono meno al sostegno all’Ucraina, nonostante la prossimità geografica al conflitto. All’opposto, i Paesi baltici e nordici – pur economicamente meno forti – sostengono l’onere maggiore in rapporto al PIL. Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia si collocano nella fascia intermedia, mentre in termini assoluti sono Germania e Francia a fornire il volume più elevato di aiuti.








