Sono passati poco più di cinque anni da quando OpenAI stupì per la prima volta il mondo. Era infatti il settembre del 2020 quando sul Guardian compariva un articolo intitolato: “Un robot ha interamente scritto questo articolo. Adesso hai paura, essere umano?”. Firmato: GPT-3. Nel testo, il modello linguistico – che due anni più tardi avrebbe alimentato la prima versione di ChatGPT – approfondiva il legame storico tra esseri umani e robot, citava Matrix e analizzava le ragioni, a suo parere infondate, dei nostri timori nei loro confronti.
All’epoca, fu un piccolo shock che riaccese le paure nei confronti di intelligenze artificiali che sembravano sul punto di diventare realmente intelligenti e, più concretamente, suscitò allarme per l’impatto che sistemi di questo tipo avrebbero potuto avere sul mondo del lavoro.
Oggi ChatGPT può contare su 850 milioni di utenti, i large language model si sono moltiplicati (Claude, Gemini, Grok, Mistral, DeepSeek) e vengono impiegati quotidianamente da una fetta crescente della popolazione: in ambito professionale e creativo, per ottenere suggerimenti di tipo domestico (riparazioni, ricette, ecc.), per effettuare ricerche e anche, nonostante i rischi, come supporto psicologico.







