Al Forum di Davos il governatore della Bce ha lasciato anzitempo la cena di gala, offesa dalle parole del segretario al Commercio Usa, Howard Lutnick, che aveva criticato duramente le scelte economiche e politiche adottate dall'Ue negli ultimi anni.
La cena di martedì sera al World economic forum di Davos, in Svizzera, deve essere andata di traverso alla presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde che ha lasciato frettolosamente l’evento di gala. A far alzare da tavola la numero uno della Bce sono state le parole del segretario statunitense al Commercio Howard Lutnick che ha sparato a zero sul Vecchio Continente e il suo sistema economico, definito come «sempre meno competitivo» sullo scenario globale.
Dopo le intemerate di Peppe Provenzano e Nicola Zingaretti, la stampa nostrana schiera il pezzo da novanta: l’intervista a giornali unificati (Repubblica e Corriere) al governatore dem della California, Gavin Newsom, che catechizza l’Europa contro il bullismo di Donald Trump: «È ora di reagire», incita sul quotidiano di via Solferino, «è ora di fare sul serio e smettere di essere complici». A stare «dritti e saldi», come chiede l’astro nascente della sinistra Usa, dovrebbe aiutarci Emmanuel Macron: Sandro Gozi, eurodeputato per il partito del presidente francese, invita a «seguire il suo esempio»; Repubblica racconta che «l’Eliseo guida la rivolta» contro l’imperialismo del tycoon; il Corriere gongola per la battuta sull’«occhio della tigre» di Macron, costretto a portare gli occhiali da top gun per un disturbo oculare. «Riferimento al film di Rocky», osserva il foglio, «o forse anche a Georges Clemenceau, “la tigre” della prima guerra mondiale». Non è Napoleone, ma poco ci manca. Così, alla testa dell’Ue che «si ribella a Trump» (La Stampa), dovrebbe mettersi il leader più decotto dei 27 (dato che l’inglese Keir Starmer non sta più nell’Unione). Cacciato dall’Africa che neocolonizzava prima che il neocolonialismo diventasse peccato - peccato commesso da Trump, chiaramente. Sommerso da fondamentali economici disastrosi. Prigioniero della «permacrisi» dei suoi governi, per usare il neologismo caro a Ursula von der Leyen. Candidato a diventare il becchino della quinta Repubblica transalpina.











