Surtùm è uscito a fine ottobre dell’anno scorso. Ed è il disco perfetto per affrontare una lunga stagione di tenebre e oscurità: sette brani costruiti con uso sapiente di strumenti acustici ed elettronici, ritmi lenti, una voce sussurrata. Massimo Silverio canta in dialetto carnico, un'antica variante montanara del friulano: “Sono cresciuto con i grandi cantautori, ho sempre dato molta importanza al testo - dice - anche se per me la principale fonte di ispirazione è la poesia. Ho un approccio sacro verso le parole”. Ma il suo cjarniel è talmente lontano da ogni linguaggio conosciuto che è molto difficile scoprire il senso oltre i suoni (online per fortuna si trovano le traduzioni). “Ogni lingua porta con sé lo spirito del luogo dov’è nata, anche gli uccelli cantano in modo diverso a seconda di dove vivono. Quindi è normale che il carnico trasporti automaticamente nei posti che mi hanno visto nascere e crescere, nelle mie montagne”. O nelle paludi (Surtùm), luoghi misteriosi dove la vita vita finisce e ricomincia.

Non c’è niente di folkloristico nell’approccio di Silverio: “Uso spesso parole desuete, che ricordo di aver sentito dai miei nonni o dai vecchi del paese, e alla fine anche chi parla normalmente il dialetto carnico non è detto che capisca davvero quello che dico”. Un po' come nel caso delle poesie friulane di Pasolini, quella di Silverio è una scelta politica, ma prima ancora personale: “Il dialetto è la lingua in cui penso e usarlo nelle canzoni è una questione di sincerità con me stesso. Credo che oggi chi fa il musicista abbia quest’obbligo verso sé stesso e gli ascoltatori: è finito il tempo della leggerezza, se devo dire qualcosa, voglio che abbia un senso”.