In un'Europa ossessionata dalle regole ambientali, di sicurezza e anti-concorrenza sleale, un sottobosco di importatori continua a sfruttare un buco normativo per far entrare migliaia di auto cinesi non omologate per il mercato UE. Si chiama Individual Vehicle Approval (IVA), una procedura pensata per veicoli unici o speciali, ma trasformata in un passepartout per aggirare i rigidi standard su emissioni CO2, inquinamento e crash test.
La nostra inchiesta va avanti ed è basata su documenti UE, dati di mercato e segnalazioni di clienti, rivela come questo meccanismo stia danneggiando consumatori, produttori seri e l'intera industria automobilistica europea.
Il meccanismo dell'IVA: da eccezione a “regola” per gli importatori senza scrupoli
L'IVA, regolata dal Regolamento UE 2018/858 (articolo 44 per l'approvazione individuale europea, articolo 45 per quella nazionale), è nata per certificare veicoli one-off: prototipi, auto modificate per disabili, mezzi speciali per soccorso o collezionisti eccentrici. Non è destinata a produzioni di massa. Eppure, alcuni piccoli importatori – spesso basati in Germania, Polonia, Slovenia, Croazia, Romania, Belgio o Lussemburgo – la usano per immatricolare auto cinesi come "pezzi unici", bypassando i protocolli UE su sicurezza e emissioni.







