Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano

21 GENNAIO 2026

Ultimo aggiornamento: 13:36

Riprendiamo il nostro viaggio nell’underground musicale italiano e finiamo in un posto dove l’aria non si respira: si mastica. Umida. Densa. Sa di gasolio, di terra bagnata, di tempo che non passa ma si accumula. I Satantango arrivano da lì. Provincia padana, Cremona e dintorni, quella pianura dove il futuro non arriva mai davvero e il presente ristagna come acqua ferma. Il loro disco d’esordio, degno di segnalazione, è 9.11. Non è solo un titolo: è una temperatura emotiva. È la data in cui il mondo ha smesso di promettere qualcosa e ha iniziato a chiedere il conto. Non un album, ma un esperimento di pressione atmosferica applicata alla provincia italiana.

Il nome viene da Satantango, il romanzo di László Krasznahorkai e soprattutto dal film-monolite di Béla Tarr: sette ore di fango, immobilità, bianco e nero, disperazione lucida. Un manuale di sopravvivenza per chi è cresciuto in posti dove non succede niente, e proprio per questo può succedere di tutto.