Cara Repubblica,
c’è un’immagine che non dovrebbe mai appartenerci: un banco di scuola trasformato in teatro di morte. A La Spezia un ragazzo ha perso la vita, colpito alla milza, mentre era a scuola. Un luogo che dovrebbe custodire crescita e futuro è diventato improvvisamente il luogo del sangue. E quel sangue interroga tutti noi, interroga l’Italia intera.
Fegato e milza lacerati: è la fotografia di un Paese che troppo spesso riesce a vedere solo quando il sangue è già stato versato. Un Paese governato da chi continua a rimuovere la radice dei conflitti, rifiutando di investire seriamente nell’educazione alle relazioni e all’affettività.
Da chi pensa che bastino più controlli, più repressione, pene più severe, o peggio ancora la scorciatoia dell’etichetta etnica, per illudersi che nuovi muri possano fermare la violenza.
Il sangue non si ferma con la repressone, si contiene prima. Si contiene creando luoghi di prevenzione, in cui la rabbia può restare dentro corpi e menti capaci di parole.













