Un anno fa, il 20 gennaio, Donald Trump ritornava alla Casa Bianca. In realtà la presidenza Maga è un fatto politico permanente dall’ormai lontano 2016, quando conquistò la presidenza al primo colpo, lasciando in lacrime il clan Obama-Clinton, mentre Bruce Springsteen strimpellava “Born in the Usa”. Gli ultimi 10 anni sono stati un ciclo storico nel segno di Donald e la parentesi crepuscolare di Joe Biden ha finito per rafforzare lo storico ritorno dell’uomo di Manhattan. In tutto questo tempo, l’élite europea non ha mai voluto leggere il libro dell’America trumpiana, si è cullata nell’illusione che il voto di quelli che Hillary Clinton definì «miserabili», fosse solo uno scherzo macabro, un episodio di “Stranger Things”, fiction.
Nossignori, è tutto vero, Trump fa Trump e il piccolo establishment del Vecchio Mondo annaspa di fronte al Mondo Nuovo che in fondo è antichissimo, dai dazi agli acquisti in dollari di territorio, dalle operazioni militari nei Caraibi al bastone e la carota con il Cremlino, dagli ammonimenti con il guantone da boxe agli alleati europei al ping pong con la Cina. Trump segue (in)consapevolmente il filo della storia americana: vuole pronta cassa la Groenlandia come i suoi predecessori più di un secolo fa, alza e abbassa le tariffe come il capitano di un transatlantico muove la leva del motore, ordina nel 2019 il lancio di un missile a Baghdad contro il generale iraniano Qassem Soleimani, sei anni dopo, lo stesso giorno, sempre il 3 gennaio, spedisce la Delta Force in Venezuela per dare la buonanotte a Nicolas Maduro. Ha il pallino degli anniversari, Donald.








