Valentino Garavani e la cucina: non nel senso dello stilista che “firma” una ricetta, ma in quello — molto più rivelatore — di un uomo che ha trasformato la tavola in un’estensione del proprio sguardo. Diretto, essenziale, elegante: anche per questo, il grande stilista scomparso oggi, mancherà. Nel suo mondo il cibo non è mai un pretesto folkloristico, né un’ossessione gourmet esibita: è un dispositivo di ospitalità, di misura, di conversazione. E, soprattutto, di stile. La fotografia più nitida di questo rapporto sta in un libro che, a distanza di anni, resta una chiave di lettura: Valentino: At the Emperor’s Table, pubblicato da Assouline nel 2014. L’editore lo presenta come un viaggio nelle dimore di Valentino e nella sua idea di ricevere, dove contano la “gioia di condividere”, la qualità della conversazione, e l’uso di fiori — spesso provenienti dai suoi giardini — come parte integrante dell’esperienza a tavola.
Non è un ricettario in senso stretto: è un racconto di atmosfere, oggetti, rituali. Un manuale di ospitalità, più che di cucina. Non a caso, l’uscita del volume venne celebrata con una cena-evento da Christie’s a New York: Vogue la documenta come un appuntamento mondano costruito intorno al libro, con Valentino e Giancarlo Giammetti al centro di una serata che è insieme editoria, costume e società.L’idea che ne emerge è chiara: per Valentino la tavola è un’estensione del suo lessico visivo. Lo nota anche la stampa americana quando racconta il volume come un manuale dell’intrattenimento impeccabile, in cui alle apparecchiature spettacolari corrispondono ricette e scelte alimentari coerenti con una fase più “controllata” del gusto.










