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Ultimo aggiornamento: 10:35
di Rosamaria Fumarola
Chissà se è un bene la condivisione ad libitum di immagini e filmati girati in autonomia e la loro visione aperta al pubblico come un tempo si faceva solo con le pellicole cinematografiche e i servizi giornalistici. Non v’è dubbio alcuno che spesso da un punto di vista probatorio, nel caso di vicende che abbiano prodotto conseguenze penali, l’utilizzo di questi file possa condurre ad un accertamento più veloce delle responsabilità. Spesso, ma non sempre. Nel caso della morte di Riccardo Magherini avvenuta a Firenze nel 2014 ad esempio, nonostante registrazioni e filmati che narravano i fatti per quelli che erano, la giustizia italiana ha preferito scegliere vie traverse piuttosto che percorrere il sentiero più semplice, quello della verità.
La cultura, la politica e tutte le sovrastrutture di una civiltà antica come la nostra sono oggi ormai lontane dai bisogni concreti che un tempo le hanno generate. Resta comunque al centro l’uomo, più lontano e in ombra, ma la sua esistenza è quella che continua ad animare i giorni e quindi la storia e soprattutto resta la sacralità che la nostra civiltà è stata in grado di tributare ad alcuni momenti della vita umana, a prescindere dal loro inquadramento in una dimensione religiosa. Anche per questo fu oltraggiosa l’incapacità di ascoltare le parole urlate da Riccardo Magherini quella notte del 3 marzo 2014, quando sotto il peso dei carabinieri che seduti su di lui lo immobilizzavano trovava la forza per gridare: “Non respiro, sto morendo, ho un figlio.”








