I grandi fondi internazionali “chiedono” un riassetto di Edison, su cui ragiona la controllante Edf, all’insegna del cosiddetto preferred equity, ovvero “azioni speciali” che danno sia diritti di governance sia un trattamento privilegiato in termini di rendimenti, eventuali dividendi e garanzie sulla futura uscita dall’investimento. Una formula utilizzata di recente, e con successo, da Eni su Plenitude ed Enilive e da F2i su Sorgenia e che ha consentito ai venditori una piena valorizzazione dei rispettivi asset.
Fasi iniziali
L’apertura del capitale di Foro Buonaparte, con una quota stimata tra il 25% e il 35%, è ancora alle fasi iniziali ed entrerà nel vivo nei primi mesi del 2026. Nessuna decisione, dunque, è stata presa. Tuttavia, tra gli addetti ai lavori, fervono i sondaggi per capire la disponibilità del mercato su tempi e modi preferiti per accogliere l’eventuale operazione, mentre il gruppo guidato da Nicola Monti continua a spingere sulla crescita nelle rinnovabili.
Doppio canale
Fermo restando che si parla della cessione di una minoranza - anche se c’è chi non esclude che, davanti a una ricca offerta per la maggioranza, Edf potrebbe vacillare - le ipotesi percorribili sono due. La prima, più suggestiva, è quella di una quotazione in Borsa, che avrebbe il pregio di riportare sul listino di Milano la società energetica più antica d’Europa. Ciò darebbe a Edison un tocco di ritrovata italianità (che male non fa, visto l’alto contenuto strategico del portafoglio gas e dell’idroelettrico) e un meritato palcoscenico dopo anni in cui il management l’ha riposizionata sulla transizione green, facendo di necessità virtù dal punto di vista finanziario. Punti a sfavore dell’Ipo sono invece la stima di un potenziale, minore introito per Edf e un “appesantimento” della struttura societaria in vista di ulteriori riassetti. Insomma, un progetto altamente sfidante, la cui riuscita dipenderà anche dall’equity story messa in campo da Edison e dall’eventuale presenza di anchor investor, magari italiani. .






