Roma – Sono venuto a chiudere la saracinesca della festa», esordisce Lorenzo Cherubini, per il mondo Jovanotti. E in effetti è l’ultimo protagonista sul palco della Sala Sinopoli, con Concita De Gregorio che lo intervista. Un tour mondiale che lo aspetta a marzo — dall’Australia — e poi 60 concerti in Italia al Sud, giornate di musica. E il 12 settembre la festa al Circo Massimo a Roma, qualche giorno prima del sessantesimo compleanno, il 27.

Il ragazzo fortunato dice con sincerità che «all’inizio non era interessato alla politica, i miei riferimenti erano la pubblicità, la televisione. Poi, grazie alla lettura, mi sono interessato alle dinamiche del mondo. Mi piaceva il rap, andavo a sentire i concerti, guardavo la tribuna stampa: Gino Castaldo, il codino di Ernesto Assante, Paolo Zaccagnini».

Il rapporto con la critica, al principio, non è idilliaco: «Venivo massacrato come tutti gli animali strani, andavo da Costanzo come fenomeno da baraccone. Poi Gino scrisse un pezzo affettuoso, tenero, anche un po’ paternalistico, comunque dolce su di me. Mi emozionò».

De Gregorio parla della sua energia, del fatto che ai concerti tiene insieme le generazioni: nonni, nipoti, padri con i bambini piccoli sulle spalle. Spiega che, quando è sopraffatto dalle notizie brutte, sente di andare all’origine dell’energia. E cita un verso del poeta Pierluigi Cappello: «“Fra l’ultima parola detta e la prima nuova da dire, è lì che abitiamo”, mi sento a casa nella frontiera, cerco qualcosa di nuovo per spostarla. E ora l’America si chiude, è triste».