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Ultimo aggiornamento: 9:31

In Marocco dicono grazie ai bisnonni di Brahim Diaz: è merito della loro storia di emigrazione se il bisnipote, giocatore del Real Madrid e capocannoniere della Coppa d’Africa con 5 reti, indossa la maglia dei Leoni dell’Atlante. Diaz è nato a Malaga, parla solo spagnolo e non mastica né arabo, né francese, le due principali lingue del Marocco. Conosce poco anche del paese, scelto nel calcio dopo essere stato snobbato dalla Roja. Ma in Marocco badano al sodo e sono pazzi di lui: è la grande speranza di rivedere la nazionale campione d’Africa 50 anni dopo l’unico successo nel torneo continentale, nel lontano 1976. La realizzazione del sogno e la giustificazione di investimenti pesanti, che hanno privato di risorse importanti altri settori vitali, passano attraverso la finale di oggi (Rabat, ore 20) contro il Senegal. Un ultimo atto di assoluto livello: il ranking Fifa certifica che si tratta delle migliori nazionali africane. Il Marocco è 8°, il Senegal 14°.

Tremila chilometri la distanza via auto, tra le rispettive capitali, Rabat e Dakar. Bisogna attraversare tutto il Marocco fino all’estremità meridionale, poi il Sahara Occidentale – conteso tra Marocco e la popolazione locale dei Saharawi -, poi ancora la Mauritania. È un passaggio simbolico tra una nazione che guarda all’Europa e il paese più occidentale del continente, uno dei più stabili nella tormentata realtà africana. Due nazioni in cui il calcio scorre nelle vene della cultura moderna. Quella senegalese è stata la prima nazionale a raggiungere i quarti mondiali, nel 2002. Quella marocchina, nel 2022, la prima ad approdare in semifinale.