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Ultimo aggiornamento: 9:07

“Lavori tutto il giorno per strada e vedi gente che cade come un soffio di vento, la notte vedi di tutto di più”. Chi parla è un rider che ha raccontato la sua esperienza a due ricercatori dell’Inapp, Massimo De Minicis e Francesca della Ratta-Rinaldi, nell’ambito di un’indagine sul lavoro su piattaforma. Il risultato del report parla di un modello che continua a sacrificare i diritti dei lavoratori attraverso i sistemi automatizzati, gli algoritmi, che disumanizzano i rapporti, minano la cooperazione e incentivano la competizione orizzontale. In Italia sono 690mila le persone che guadagnano tramite piattaforme; non solo fattorini del food delivery, ma anche collaboratori domestici, montatori di mobili Ikea (i cosiddetti “tasker”), traduttori, informatici. Sempre più numerosi i mestieri coinvolti e sempre maggiore il numero di persone che con queste attività ci vive.

Il report dei due studiosi, presentato stamattina dall’Istituto per l’analisi delle politiche pubbliche, contiene dati e storie. Da queste emerge come soprattutto i rider continuino a essere esposti alla logica dell’algoritmo, un capo-reparto che non è una persona umana, ma un sistema automatizzato che ordina e valuta. “Per controllare l’algoritmo – ha detto un rider freelance e studente – l’unico modo è che accetti qualsiasi corsa che arriva, se lo fai ti arriva una corsa appresso all’altra e non hai nemmeno il tempo di andare al bagno”. La necessità di aumentare il numero di corse ti spinge a correre di più: “Più sei veloce più consegne fai, perché te le assegnano, sono pagato a ore e il numero di consegne è relativo, l’azienda per farti fare più consegne mette il bonus e dice che se arrivi tra i primi 100 prendi 100 euro in più e ti mette il sale e ti fa correre; da una parte è buono e dall’altra no perché sei in mezzo al traffico”.