Guardate questa foto, e potete misurare tutto il fossato di un’incomprensione. È sempre un passo indietro, il chiacchiericcio nel tinello nostrano che si ostina a spacciarsi per giornalismo o addirittura per analisi politica, si caratterizza perla soglia mancata, la premessa obliata, l’evidenza rimossa. L’evidenza è già un sintagma unico, nell’agorà iperrealista dei social: Giorgia manga.

E l’unica conclusione vagamente analitica cui può portare suona più o meno: Meloni è ormai collocata stabilmente in una dimensione metapolitica. Mentre i suoi avversari provano a inchiodarla su codicilli minori della legge di bilancio, o si impegnano in estenuanti ricerche d’archivio sui suoi post di quindici anni fa sul tal tema specifico per fornire un titolo ai cronisti amici (tutta roba ad esclusivo intrattenimento degli onanisti della bolla), mentre perfino certi suoi sostenitori irrimediabilmente novecenteschi si esercitano nella rievocazione ideologica da Colle Oppio a Pasolini, lei fuori dalla bolla esplode, deflagra, può credibilmente reinventare l’incontro istituzionale con la premier giapponese attraverso quel linguaggio per eccellenza orientale che è da tempo consolidata tendenza in Occidente.