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Landini non parla più ai lavoratori reali, quelli che chiedono stabilità, crescita e occupazione. Parla a una platea ideologica, a un sindacato ridotto a partito di lotta
Maurizio Landini non delude mai. Ogni volta che il dibattito sul lavoro rischia di scendere dal palco ideologico per avvicinarsi alla realtà, il leader della Cgil sente il bisogno di rilanciarlo con una proposta tanto roboante quanto inconcepibile. Questa volta è la "contrattazione annuale dei salari", presentata come rimedio salvifico contro l'inflazione. In realtà, è una sorta di ritorno alla scala mobile, l'ennesima bandiera agitata da un sindacalista che da tempo ha smarrito il confine tra tutela dei lavoratori e agitazione permanente. Dopo aver ammorbato le folle con il mantra del salario minimo - un paradosso in un Paese dove il problema non è l'assenza di contratti, ma la loro produttività e la crescita economica che li sostiene - Landini alza ulteriormente l'asticella dell'irresponsabilità. Rinnovare i contratti ogni anno, dice. Come se l'economia italiana fosse una lavagna su cui cancellare e riscrivere cifre a piacimento, ignorando vincoli, conti pubblici, competitività delle imprese e stabilità monetaria.






