Restiamo ancora un momento a Napoli. Che è luogo dove continuano a succedere le più belle cose, del resto. La città che riapre posti che avevi dimenticato, chiusi da trent’anni, li restituisce a chi vive in quel quartiere e al mondo intero. La Santissima. Ieri ci sono tornata, i cartelli luminosi dicono community hub, l’avevo vista che era un cantiere. È stato un convento nel Seicento, poi un ospedale militare durante le due guerre mondiali, infine dismesso e abbandonato. È un bene demaniale. È quell’edificio lunghissimo, si distende orizzontale a mezza costa del monte, bianco, che separa il Vomero dai Quartieri Spagnoli. O li unisce: direi che li unisce. Dal tetto della Santissima c’è la vista più bella di Napoli, dunque del mondo.

È in atto un progetto di rigenerazione urbana a uso temporaneo: per cinque anni ma potrebbero essere di più, un gruppo di giovani professionisti che si occupano di arti performative, cinema, teatro e progettazione culturale (alla guida c’è Alessandra Attena) ha immaginato di trasformarlo in un luogo della città che parli con ogni altro luogo del globo. Una community di laboratori e realtà artistiche, scuole musicali, residenze.

Le stanze che erano dei soldati nelle prossime settimane potrebbero ospitare studenti stranieri e diventare poi residenze per artisti. Ieri si è inaugurata una rassegna di arte contemporanea della collezione Agovino, un’opera per ogni spazio. Da ogni finestra si vede il Vesuvio, Capodimonte, il golfo, la Costiera. Di fronte un istituto tecnico: i ragazzi si affacciano dalle aule. I bambini del quartiere vengono a fare lezione di musica. I teatri ad allestire. Le produzioni cinematografiche — almeno due molto importanti sono in corso in questi giorni — fanno base qui.