"Assolutamente sì", in carcere in Venezuela c'è stato un momento in cui Mario Burlò ha temuto di morire. Lo ha confermato l'immobiliarista torinese a Bruno Vespa durante la trasmissione Cinque minuti di Rai 1.

"C'è stato un momento - ha detto Burlò - in cui ho pensato 'qui ci ammazzano'. C'erano voci di corridoio: uno che era stato in infermeria mi aveva detto di aver sentito parlare una guardia carceraria graduata di nome Rider - non era un alias, lì girano tutti mascherati - che diceva 'se abbiamo l'ordine, vi ammazziamo'". In quel momento "il mio unico desiderio era poter almeno fare una telefonata ai miei figli per sentirli l'ultima volta".

Oltre alla situazione igienica precaria - a partire dalla presenza di "scarafaggi" in cella - nei suoi 423 giorni di carcere "le condizioni peggiori - ha detto Burlò -sono state quelle psicologiche. Non potevi telefonare, vedere, sentire i propri cari. Per cui l'ansia che i miei figli potessero pensare che fossi morto. E dopodiché nessuna possibilità di comunicare, né con qualsiasi tipo di avvocato, anche venezuelano, né coi propri figli".

Serata in famiglia e poi lungo sonno in hotel a Roma

Un lunghissimo sonno ristoratore in un albergo, nel cuore di Roma, dopo una serata trascorsa con la famiglia: così, finora, si è sviluppata la seconda giornata in Italia di Mario Burlò dopo la liberazione dal Venezuela.Domani per l'immobiliarista torinese è in programma, a Terni, l'udienza preliminare di un procedimento penale in cui è imputato di violazioni fiscali, ma la sua partecipazione non è necessaria e con ogni probabilità non sarà presente.