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Ultimo aggiornamento: 14:02
Non solo pochi fondi, niente per l’adattamento ai cambiamenti climatici e nessuna idea per una governance delle terre alte più strutturata. Da mesi la legge sulla montagna voluta dal ministro Roberto Calderoli e approvata dal Parlamento sta facendo discutere, con un ampio strascico di polemiche da Nord a Sud, per la nuova classificazione dei Comuni montani. Vale a dire, ciò che ricade sotto il cappello di ciò che è montagna (e, per converso, ciò che ne è escluso). Ora un centinaio di professori universitari ha inviato una lettera all’esponente della Lega e del governo Meloni per chiedergli di rivedere i criteri coi quali è stata stabilita la classificazione. Perché in questo modo la legge risulterebbe “iniqua, col risultato che espone i territori montani a divisioni politiche e a contrapposizioni istituzionali“.
I princìpi scelti da Calderoli sono soltanto due: altimetria e pendenza. “Un approccio che non distingue la condizione montana fra le diverse regioni e parti del Paese, ma che semplicemente restringe le condizioni di riconoscimento, ne favorisce alcune – in particolare quelle del Nord – a scapito delle altre, perpetuando i divari territoriali che tanto hanno nuociuto allo sviluppo dell’Italia” scrivono i docenti. “Non si dica che viene finalmente definita la ‘montagna vera’” poiché “ogni classificazione nasce da volontà politiche, con criteri e numeri limite, indicati dai responsabili politici in quel momento storico”. Da qui le “considerazioni scientifiche” dei professori universitari.









