Ken fa 65 anni, e non è peregrino chiedersi cosa abbia rappresentato per lo spirito del tempo, per la sua evoluzione oppure (alternativa che chiunque voglia coniugare il realismo conservatore è obbligato a valutare) per la sua involuzione. Come, Ken chi? Perdonate, ripartiamo dai fondamentali.
Rispondiamo citando il claim con cui venne lanciato sul mercato, l’11 marzo 1961, tecnicamente alla Fiera del Giocattolo di New York City, vetrina dell’America in pieno vitalismo patinato da Nuova Frontiera kennedyana. “He’s a doll. Barbie’s boyfriend”. Nasce come “fidanzato di”, il bambolotto di Kenneth Sean Carson Jr., due anni dopo la compagna-bambola-icona, pare strutturalmente segnato dall’incompletezza, o perlomeno dalla subordinazione, condannato a vivere un’esistenza di rimando, ontologicamente inquadrato come riferimento ad altri. Che poi è sempre l’altra, la bambola più venduta al mondo e prodotto di punta della Mattel, molto più che un’azienda, uno di quegli incubatori del sogno americano to-mamma ideologizzato da cui tutti i Ken fuggono, spesso in direzione Florida, rifacendo la strada al contrario, ancora alla ricerca della splendida normalità americana.
“Veicola un messaggio di normalità, non è un supereroe ma l’uomo e l’amico rassicurante”. È la fenomenologia del fidanzato di Barbie secondo uno dei suoi massimi indagatori, quel Massimiliano Capella, storico dell’arte e della moda, che ha appena mandato in libreria per il 65° “I Am Ken. Storia e Stile” (edito da 24Ore Cultura). L’opus magnum sul personaggio, sul simbolo, sul bambolotto di una dozzina di centimetri che per sei decenni abbondanti è stato il correlativo oggettivo della mascolinità occidentale, delle sue proiezioni, forse anche delle sue paturnie. Dagli esordi fino a quella vera e propria “Kenaissance” (ritorno e rinascita dell’archetipo Ken) dovuta al film “Barbie” di Greta Gerwig (2023).











