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Così il trapper è passato dalle strade al successo social. Fino all'arresto

"Non ho paura di morire, ho paura di non vivere".

È il verso più citato di Cella 1, la canzone con cui Baby Gang Zaccaria Mouhib, classe 2001, origini marocchine entra nell'immaginario collettivo. Una frase che attraversa social, citazioni, magliette, murales. Non è un grido di sfida, ma di sopravvivenza. In quelle parole c'è l'intero manifesto di una generazione che non si fida più di nessuno. Zaccaria cresce tra Lecco e Milano. Comunità, scuole interrotte, assistenti sociali, tentativi di reinserimento falliti. "In comunità impari a sopravvivere, non a crescere", racconterà poi. A tredici anni scappa più volte, conosce la galera minorile e la rabbia come unica grammatica. Intorno a lui una periferia densa di dialetti, odori e sogni spezzati: lì si impara che l'apparenza è un'arma e la fedeltà un dovere. È da questo mondo che nasce il codice Maranza: catene, tute, slang, sguardo fisso. Un universo che fonde orgoglio, marginalità e desiderio di riconoscimento. Baby Gang lo trasforma in musica. Dal 2018 pubblica brani su YouTube: Educazione, Blitz, Lecco City, Cella 1. In Educazione scrive: "Non mi hanno insegnato la vita, me l'ha insegnata la strada". In Blitz rivendica: "La mia famiglia è la gang, la scuola è la cella". La sua voce è ruvida, ma vera.