Che cosa fare, per ottenere cosa. Il risiko della Casa Bianca prosegue nelle segrete stanze. Donald Trump sta valutando i piani messi a punto dai capi dell’Intelligence e delle Forze armate. Ai «patrioti iraniani», il Presidente ha detto su Truth di continuare a manifestare: «L’aiuto sta arrivando». E ha poi precisato: «Scoprirete che cosa intendevo, è una buona idea che gli americani lascino l’Iran». Ma non c’è nessuna portaerei americana, al momento, nella regione. La USS Gerald Ford e il suo gruppo d’attacco si sono spostati nel Mar dei Caraibi per le operazioni in Venezuela. E sono soltanto sei le unità della Marina Usa a disposizione tra Golfo Persico e Mar Rosso, comprese tre cacciatorpediniere classe Arleigh Burke per la difesa antiaerea e la guerra antisommergibile e di superficie.

Nella guerra dei 12 giorni, lo scorso giugno, gli americani colpirono l’Iran con bombe anti-bunker sganciate da sette bombardieri B-2 di lungo raggio, mentre i sottomarini lanciavano decine di missili da crociera. I Tomahawk restano l’arma privilegiata, insieme agli aerei da combattimento basati nei Paesi alleati della regione. Proprio domenica è stata inaugurata nella base aerea di Al Udeid, in Qatar, la nuova cellula di coordinamento per la difesa aerea e missilistica integrata, all’interno del Centro operativo CAOC in cui sono rappresentati ben 17 Paesi. È qui che si concentra il comando di qualsiasi risposta condivisa al contrattacco iraniano, se ci sarà lo strike Usa. Si tratta di difendere anzitutto le basi americane nella regione, già minacciate per esempio da Hezbollah dell’Iraq, ma anche Israele.