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Una sinistra vittima perenne di quella sindrome da primarie che la immobilizza da 19 anni, unita solo dall'ossessione anti-Meloni

Bentornati ragazzi nell'Italia che non si fa mancare niente. Quella della sinistra che, nel giorno della liberazione dal carcere di Alberto Trentini e Mario Burlò, dopo averci fatto una testa tanta perché «il governo che fa?» e «la Meloni perché non dice nulla?», si fa trovare in piazza non ad applaudire, ma a difendere il loro aguzzino, il dittatore Nicolàs Maduro sotto processo a New York, perché - se Dio vuole - esistono ancora l'America e un Occidente che non si cala le braghe appena vede un islamista, un clandestino o un nullafacente di qualche centro sociale. Perfino i pochi big progressisti come Giuseppe Conte che, con un briciolo di pudore, si sono ricordati di ringraziare chi in questo Paese - piaccia o no - si muove come fa un governo eletto e riporta a casa questa gente, non pronuncia il nome di Giorgia Meloni. E nemmeno di Antonio Tajani, il quale, negli ultimi giorni, ha reso onore alla nostra migliore tradizione diplomatica, prima a Crans-Montana e poi a Caracas, nella delicata trattativa con il governo Rodríguez per evitare che il caso Trentini - sollevato proprio dalla sinistra perfino nei giorni della liberazione di Cecilia Sala, pur di dire che non funziona mai nulla - si gonfiasse al punto da diventare elemento di trattativa internazionale fra Occidente e Sudamerica. E che sulla testa del nostro cooperante si abbassasse la spada del ricatto.