Anche per il ministro dell'Economia, Giancarlo Giorgetti, «è una questione di sicurezza nazionale costruire una resilienza su materie prime critiche dalle quali i paesi occidentali sono quasi totalmente dipendenti». Le parole di Giorgetti, a margine dell'incontro dei ministri delle Finanze del G7 a Washington ospiti del segretario del Tesoro Scott Bessent, suonano come una fatale conferma di quanto sia estesa e avanzata la grande guerra globale delle reti, dall'energia alle materie prime critiche, che ha spinto il presidente Usa al "Donald contro tutti" pur di arginare gli affondi di Cina e Russia. L'ultimo altolà ad Exxon sul Venezuela, perché ha osato chiedere garanzie e definire il paese «ininvestibile», è solo un esempio di quanto per il tycoon non contino tanto i numeri quanto il controllo. Del resto, dal blitz a Caracas agli avvertimenti a Cuba, dai piani/minaccia su Groenlandia e Artico a quello che potrebbe succedere a Taiwan, fino all'escalation con l'Iran, con il caso Ucraina solo apparentemente sullo sfondo, sono tutti tasselli di uno stesso piano.

L'obiettivo non è tanto quello di guadagnare barili di petrolio, peraltro già offerti in abbondanza nel mondo, o assicurarsi più gas quando gli Usa sono un grande giacimento di Gnl, oppure prenotare stock di materie prime vitali per la rivoluzione tech guidata dall'IA. In gioco c'è di più: c'è un'assicurazione sulla vita economica futura, finora opzionata abbastanza silenziosamente dalla Cina. Ora Trump intende assicurarsene il controllo pieno. Non una classica difesa del "cortile di casa" ma una strategia per tenere lontani o allontanare i cinesi, spesso presenti tramite i russi. La fitta mappa delle infrastrutture cinesi in Venezuela e in Groelandia rendono bene l'idea della minaccia. Agire oggi per prevenire ed evitare una resa dei conti ben più distruttiva domani tra i due grandi fronti in composizione, Usa e Cina.