“Ogni persona sottoposta a qualsiasi forma di detenzione o imprigionamento deve essere trattata umanamente e con il rispetto dovuto alla dignità inerente all’essere umano. L’arresto, la detenzione o l’imprigionamento devono avvenire esclusivamente nel rigoroso rispetto della legge e da parte di funzionari competenti o persone autorizzate a tale scopo”.

Sono gli articoli 1 e 2 del Corpo dei principi per la protezione di tutte le persone contro ogni forma di detenzione o imprigionamento, adottato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 9 dicembre 1988 con la risoluzione 43/173. Non una dichiarazione di principio astratta, ma un corpus normativo che stabilisce limiti chiari all’esercizio del potere statale e che definisce cosa sia – e cosa non sia – legalmente e moralmente accettabile. Un corpus normativo violato in ogni sua sfumatura con i 423 giorni di detenzione – avvenuta senza accuse formali, senza un procedimento regolare, senza garanzie minime di difesa – del nostro connazionale Alberto Trentini, che oggi finalmente è libero. E la sua liberazione è una notizia importante, umanamente e politicamente; ma non può essere letta come una concessione benevola né come la chiusura di un capitolo: è piuttosto la conferma che quel capitolo non avrebbe mai dovuto essere aperto.