Ammetto una mia contrarietà (preconcetta) nei confronti di tutto ciò che si presenta sotto l’egida dell’intelligenza artificiale, nonostante i vantaggi continuamente dichiarati. Immaginate quindi il mio salto sulla sedia quando ho letto che la Lego, per me un mito, si appresta a introdurre un mattoncino intelligente nei suoi giochi di costruzione.
Fatta la tara di quelle che sono le necessità commerciali di un colosso dei prodotti per bambini e ragazzi, e cioè di tenersi al passo con la competizione di altri produttori, è indubbio che si tratta di un passaggio epocale per un produttore riconosciuto per la grande capacità di collegare l’inventiva con la manualità. In realtà non è la prima volta che Lego si apre all’innovazione immateriale, in passato per uscire da una crisi causata da una concorrenza sleale, che replicava a basso prezzo i suoi giochi, si affidò ai ricercatori del Mit (Massachusetts Institute of Technology) di Boston, e in particolare al gruppo di Seymour Papert che sviluppò il LOGO, un linguaggio facile da apprendere nelle scuole primarie, per costruire robot elementari che venissero programmati informaticamente.
Nacque così il Lego-Logo, anche grazie all’inventiva di un geniale artigiano-scienziato come Steve Ocko, che più volte partecipò alle edizioni di Scuola 2000 organizzate dalla rivista Compuscuola, che aveva tra i suoi collaboratori il gruppo del non abbastanza celebrato professor Degli Antoni capostipite di Scienze dell’Informazione di Milano.









