N el 2025 l’intelligenza artificiale ha varcato stabilmente la soglia delle redazioni editoriali italiane. Secondo la prima indagine sistematica dell’Associazione Italiana Editori (AIE), il 75,3% delle case editrici dichiara di utilizzare strumenti di AI nei processi produttivi e comunicativi. Tra i grandi gruppi con fatturato superiore ai 5 milioni di euro, la quota raggiunge il 96,2%. Anche tra le realtà più piccole la penetrazione è significativa: il 75% negli editori con fatturato tra 1 e 5 milioni e il 62,5% sotto i 100 mila euro. Ma cosa significa, in termini pratici, “usare l’AI” nei libri? Non è un fenomeno limitato a un singolo ambito, ma riguarda diverse attività: il 67,1% degli editori la impiega per ufficio stampa e comunicazione, la stessa percentuale per la generazione dei paratesti e l’arricchimento dei metadati; il 50,7% la usa per immagini di copertina e illustrazioni, mentre il 49,3% la applica ad attività più tradizionalmente umane come editing, revisioni e traduzioni.
L’intelligenza artificiale agisce soprattutto nel lavoro “invisibile” dell’editoria, quello che precede l’arrivo del libro sugli scaffali, entrando persino nella previsione delle vendite (19,2%) e in funzioni amministrative (31,5%). Una presenza massiccia, che solleva questioni non solo operative ma anche etiche e contrattuali: il 58,8% degli intervistati teme violazioni del copyright nei processi di training dei modelli e il 63,9% segnala la necessità di ripensare contratti con autori e collaboratori. L’atteggiamento prevalente nel settore non è né entusiastico né apocalittico, ma pragmatica consapevolezza. Più di un editore su quattro è stato contattato da aziende che sviluppano grandi modelli linguistici, ma solo il 3,7% ha firmato contratti di licenza per l’uso del catalogo; il 37% ha detto no, mentre il 59,3% resta alla finestra, consapevole che la posta in gioco non riguarda solo l’innovazione tecnologica, ma la tutela del lavoro creativo.






