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Tra gli anni Ottanta e la fine degli anni Duemila, prima che i servizi di streaming diventassero la principale modalità di fruizione della musica, il successo di un musicista o di un gruppo veniva misurato soprattutto in base a un parametro: le vendite dei CD, che in quel periodo surclassarono vinili e musicassette diventando il supporto largamente più diffuso. Oggi la situazione è cambiata: le vendite di CD sono calate drasticamente, alcune etichette discografiche hanno smesso di produrli e la maggior parte delle persone non ha nemmeno più un dispositivo su cui ascoltarli.
C’è però un’eccezione significativa a questo declino globale: la Corea del Sud, dove i CD continuano a essere prodotti in grandi quantità, a vendere decine di milioni di copie e a generare un interesse enorme. Questo successo è legato soprattutto a un fenomeno di collezionismo ormai molto consolidato del k-pop, il genere in cui vengono incasellate diverse band sudcoreane di giovani ragazzi e ragazze.
I fan di questa musica sono noti per la loro tendenza a seguire i loro cantanti preferiti, che in gergo vengono definiti “idols” (idoli), con un certo fanatismo e un approccio quasi “militante” che, nei casi più estremi, può sfociare anche in forme di idealizzazione romantica. E le cosiddette “Big 4”, le quattro più grandi case discografiche del k-pop (HYBE, SM, YG e JYP), hanno trovato un modo piuttosto efficace per capitalizzare l’attaccamento morboso dei fan: mettere in vendita una quantità spropositata di CD, e farcirli di gadget e sorprese di vario tipo per ingolosirli e indurli all’acquisto.







