Intanto è battaglia di date.
Il governo è orientato a indicare il 22 marzo come giorno per il referendum sulla riforma della giustizia, che contiene anche la separazione delle carriere fra pm e giudici. Ma è scontro. Il comitato di cittadini che sta raccogliendo le firme per una nuova richiesta di consultazione ha già annunciato ricorso.
E anche le opposizioni hanno attaccato: "Non si facciano altre forzature, non si comprimano le date", ha detto il capogruppo Pd in commissione Giustizia alla Camera Federico Gianassi. La questione è tecnica. In sostanza, per la raccolta di firme c'è tempo fino al 30 gennaio: ne servono 500 mila, la quota raggiunta finora è 265 mila. Secondo le opposizioni, il governo dovrebbe quindi attendere la fine del mese prima di fissare il giorno del referendum.
Seguendo un diverso ragionamento normativo, l'esecutivo sostiene invece che per legge debba "decidere entro il 17 gennaio": lo farà quindi lunedì, alla prossima riunione del consiglio dei ministri. La data del 22 marzo per le urne suona un po' come compromesso. Inizialmente la maggioranza era orientata per il primo marzo ma, alla vigilia dello scorso consiglio dei ministri, quell'ipotesi è sfumata. Secondo alcune ricostruzioni, quella frenata sarebbe in linea col sentire del Colle, propenso ad allentare il clima di tensione attorno al tema referendum. Lo slittamento, comunque, non è tanto ampio quanto auspicato dalle opposizioni, che puntavano ad arrivare dopo Pasqua. Per avere più giorni a disposizione per la campagna di informazione sul quesito. Ma anche perché ritengono che il fattore tempo sia a favore del "No".













