Le quattro vittorie consecutive tra Supercoppa e campionato, il trofeo conquistato a Riad che fa bella mostra sul prato, il (nuovo) assetto tattico varato da Conte che macina azioni offensive e blinda la propria porta, l’entusiasmo dei tifosi che finalmente rivedono la squadra cinica e spietata che sul petto gioca con lo scudetto e punta a tenerselo stretto difendendolo dall’assalto delle milanesi e della Juventus, la sfida contro l’ultima in classifica: le premesse di una sfida senza storia e senza pathos tra Napoli e Verona al Maradona saltano invece in meno di trenta minuti. I primi trenta minuti.

Scaligeri padroni del campo e del risultato (0-2), azzurri sorpresi e spiazzati, costretti a rincorrere l’avversario, in vantaggio al 16’ con uno splendido colpo di tacco di Frese che chiude una magistrale azione in ripartenza azionata da Bernede e rifinita da Niasse, e poi addirittura al raddoppio, con il rigore (assegnato da Marchetti dopo una lunga revisione in sala Var, punito il colpo di braccio di Buongiorno nel contrasto aereo con Valentini) realizzato con freddezza da Orban che così, dopo Sommer, si prende pure lo scalpo di uno specialista come Milinkovic-Savic.

Il Napoli - nove assenti tra cui Neres e necessità di turnover, Conte rispetto alle ultime quattro partite cambia tutta la fascia sinistra: Buongiorno, Gutierrez e Lang titolari - partito svelto (al 7’ Elmas tira sui guantoni di Montipò), sembra accusare il doppio colpo scaligero che ne demolisce certezze e fluidità. Incapace di trovare lo spunto giusto anche perché per due volte un troppo isolato Hojlund è impreciso di testa, perché Lang a sinistra non si accende e perché Mc Tominay gira al largo, chiude il primo tempo a testa bassa, silenziato da un Verona pimpante e obbligato in 45’ a ribaltare il risultato.