La classifica, arrivati quasi al giro di boa, si è finalmente frammentata, delineando confini netti tra le varie ambizioni: Roma e Juventus, frenate dalle loro incertezze, sembrano destinate a giocarsi il quarto posto, nella speranza che anche il quinto diventi buono perla Champions, mentre lassù l’aria si è fatta rarefatta per tre contendenti: Inter e Napoli, come da copione dello scorso anno, e il Milan di Allegri che avanza a suon di corto-musate e sorride sornione al pensiero di avere davanti solo le 21 partite di campionato che restano. Ma è su nerazzurri e azzurri che si concentrano gli occhi di tutti perché domenica c’è uno scontro diretto che cade a fagiolo. Sarà un vero spartiacque, completamente diverso dalla gara d’andata del 25 ottobre, perché oggi Inter e Napoli sono entrambe nel loro “prime”, come dicono i giovani, e ci sono arrivate con evoluzioni opposte che si attraggono.

Le prove di forza contro Bologna e Lazio sono state due manifestazioni di potenza simultanee: partite aperte con ferocia e chiuse con autorevolezza. Il merito va soprattutto ai due timonieri, Chivu e Conte, che hanno lavorato sulla materia viva con metodi antitetici ma risultati identici. Da una parte ci sono i micro-aggiustamenti di Chivu, dall’altra i macro-aggiustamenti di Conte. Il tecnico nerazzurro ha operato con il bisturi, inserendo gradualmente ma con intelligenza pedine chiave: Luis Henrique a destra, in barba ai critici prevenuti che continuano a metterne in dubbio il valore, sta garantendo una fase di costruzione nettamente più fluida di quanto non offrisse Dumfries; Akanji progressivamente spostato al centro della difesa; Zielinski, aspettato e ora esploso in una forma smagliante. L’Inter è rimasta uguale a se stessa solo nella forma del 3-5-2 perché nella sostanza è tutta un’altra squadra. Le occasioni migliori non nascono più dal possesso, ma dal recupero palla: l’Inter è prima in serie A per gol da recupero offensivo (6) e per xG prodotti da questi recuperi alti (0,29 a partita).