Alessandro Ambrosio, 34 anni, il capotreno ucciso la sera del 5 gennaio vicino alla stazione centrale di Bologna, per gli amici era semplicemente “Ambro”. Viveva ad Anzola dell'Emilia (Bologna), era laureato in statistica ma aveva voluto seguire le orme del padre, ferroviere andato in pensione di recente.

La vittima era un capotreno che lavorava sugli Intercity di Trenitalia. Chi lo conosceva - riporta la stampa locale - lo definiva come una persona particolarmente gentile ed educata. Residente a Calcara di Valsamoggia, andava spesso a suonare con gli amici del Centro culturale anzolese, a pochi km di distanza da casa.

Il presunto assassino del capotreno ripreso dalle telecamere della stazione di Bologna

Proprio il Centro culturale gli dedica questa mattina un lungo post intriso di dolore. «Completamente irrazionale pensare che una vita possa spegnersi così. Una vita di un ragazzo, di un uomo vissuta con estrema gentilezza, di una educazione fuori dal comune, ma soprattutto con goliardia e ironia». «Ambro», scrive il centro, «era uno di noi. Era un gran chitarrista. Ambro era tante cose. Ripetiamo ancora, non può spegnersi una vita in questo modo».

Proprio ieri sera alcuni suoi amici si erano trovati per suonare. «Avevamo appuntamento per le 21 – racconta uno di loro – quando hanno iniziato ad arrivare delle telefonate. Abbiamo cercato notizie online e ci siamo resi conto di cosa era successo». Ambrosio, infatti, era un volto famigliare al centro culturale. «Ha sempre frequentato la nostra realtà, in gruppi composti da nostri allievi. Era arrivato già preparato, e si era messo a suonare con altri ragazzi. Ambro seguiva diversi progetti (About:blank e Prog 18), come quello sul 1° maggio, portando tre-quattro brani al concerto di Anzola della scorsa primavera». «Era con noi il maggio dell’anno precedente al concertone di chiusura della Fabbrica di Apollo, era con noi in sala prove, è stato con noi ogni qualvolta gli è stato chiesto il proprio contributo, rimarrà sempre con noi», scrive ancora il Centro.