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Ultimo aggiornamento: 7:35
di Alessia Manera
Le indagini su persone e attivisti legati alla causa palestinese, cui sono seguiti 9 arresti e perquisizioni in tutta Italia nella giornata di sabato 27 dicembre, portano con sé alcune riflessioni imperative non tanto sulla vicenda in sé, ma sui presupposti politici e di diritto internazionale, in particolare rispetto a tre elementi: la fonte delle accuse, la storia dell’occupazione e del genocidio in Palestina, l’autodeterminazione dei processi di liberazione.
Le fonti delle prove a carico degli arrestati (tra cui Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione Palestinesi d’Italia) sono infatti provenienti prevalentemente dai servizi segreti e di sicurezza israeliani. In poche parole la magistratura di uno stato sovrano (o che si presume dovrebbe essere tale) ha spiccato mandati di arresto e perquisizione nei confronti di persone che avrebbero avuto legami economici con enti benefici a loro volta con legami con Hamas, e tutto questo a detta dello stesso stato che è indagato per crimini di guerra e genocidio dall’Onu e della Corte Penale Internazionale e che ha trattato come terroristi, detenendoli illegalmente, torturandoli e privandoli temporaneamente dei loro diritti, cittadini internazionali (tra cui anche italiane/i) colpevoli di aver portato aiuti umanitari.







