C’è un uomo di 40 anni che aspetta di morire. Attende almeno da maggio scorso, quando è partita la sua richiesta per il suicidio assistito. Da almeno otto mesi, ma probabilmente molto di più, ha deciso che la sua non fosse più vita. Ha deciso, con dolore, di morire. L’Asl To 4 ha accolto la sua richiesta, ha istituito una commissione ad hoc per valutarla. Ma, come denunciato dal Comitato etico territoriale presieduto dal magistrato Antonio Rinaudo, «mancano le linee guida» promesse dalla Regione Piemonte. E il tempo scorre, doloroso, per chi non vorrebbe più quel tempo, per chi ha fatto una scelta di dignità. «Ne parleremo la prossima settimana in giunta», fanno sapere dal Grattacielo. Che, intanto, ha mandato una circolare a tutte le Asl che dice di seguire «le sentenze della Corte costituzionale».

Linee guida sul fine vita: annunciate ma mai arrivate

Era settembre quando l’assessore alla Sanità Federico Riboldi annunciava l’elaborazione di «linee di indirizzo regionali in materia di fine vita». Quelle linee, però, alle Asl non sono mai arrivate, sostituite dalla circolare. La prima, e più importante, sentenza è quella del 2019, legata allo storico caso di Dj Fabo, che dichiara la «non punibilità di chi agevola il suicidio di una persona», elencando quali caratteristiche (dalle diagnosi infausta alla capacità di intendere e di volere) la persona che l’ha richiesto deve avere. Quello che manca, però, sono procedure e criteri chiari per le Aziende sanitarie e i medici, tempi certi, l’indicazione di chi deve fornire i farmaci, cosa fare in caso di obiezione di coscienza del medico; la Corte non legifera, e così il paziente non può “pretendere” la prestazione e il Servizio sanitario nazionale non ha un obbligo chiaro e uniforme di erogarla.