“Obama? Nella nostra prima telefonata mi disse: Occhio che fate la fine della Grecia”
Matteo Renzi, Pier Ferdinando Casini e Dario Franceschini in Senato
Adieci anni di distanza da uno dei momenti più spartiacque della recente storia politica italiana, Matteo Renzi torna a parlare della notte del 4 dicembre 2016. In un’ampia intervista rilasciata al Corriere della Sera, il leader di Italia Viva ripercorre la genesi della sconfitta al referendum costituzionale, rivelando dettagli inediti sul momento esatto in cui realizzò che l’esperienza del suo governo era giunta al capolinea.
«I sondaggi sono stati positivi fino a giugno», ricorda l’ex premier, individuando in una serie di eventi internazionali — dalla Brexit alla vittoria di Trump, passando per l’affermazione del Movimento 5 Stelle alle comunali — il vento che cambiò la percezione del voto. Ma la consapevolezza definitiva arrivò solo la mattina stessa del voto: «Quando mi sono messo in fila per votare e ho visto la coda, ho capito che era finita. La gente non votava per la Costituzione, ma contro il governo. Dissi subito ad Agnese: "Abbiamo perso"».
Nell'intervista citata dal Corriere, Renzi affronta il tema della "personalizzazione" dello scontro, un errore che molti analisti gli hanno imputato. «Non sono stato io a personalizzare, il mio governo era nato per fare quelle riforme», ribadisce, pur ammettendo un unico grande rimpianto: «L’errore è stato non dimettermi il giorno prima del voto. Avrebbe chiarito che riforma e governo avevano due vite diverse». L'ex premier sottolinea come, a differenza di quanto accaduto con David Cameron nel Regno Unito, la sua scelta di lasciare Palazzo Chigi sia stata immediata e irrevocabile, nonostante il parere contrario di molti che, forti del 40% di voti ottenuti, lo spingevano a restare.







