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La premier sente Donald: sul tavolo i dazi su pasta e mobili, Kiev e Gaza (ok ai carabinieri sul campo)
L'anno che verrà di Giorgia Meloni e della politica italiana sarà certamente un anno elettorale. Quasi un paradosso se si pensa che nel 2026 è in programma solo una striminzita tornata amministrativa che, oltre a Venezia e Reggio Calabria, coinvolgerà soltanto comuni intorno ai centomila abitanti come Arezzo, Andria e Trani. Eppure, i prossimi dodici mesi saranno caratterizzati dalla lenta e inesorabile marcia di avvicinamento alle elezioni politiche del 2027 che, ormai lo si dà per scontato, si terranno in primavera. D'altra parte, troppo stabile è la maggioranza che sostiene il governo perché le opposizioni possano sperare in qualche smottamento prima della fine delle legislatura. E questo comunque andrà il referendum sulla riforma della Giustizia e la separazione del carriere dei magistrati, l'appuntamento che - probabilmente a fine marzo - darà il via ufficiale a una campagna elettorale permanente che ci accompagnerà di qui ai prossimi diciotto mesi. Seppure Meloni ha messo in chiaro che il risultato non avrà ricadute sul governo, infatti, è del tutto evidente che il giudizio degli italiani su una riforma così identitaria per il centrodestra - peraltro approvata dal Parlamento senza alcuna modifica rispetto al testo uscito da Palazzo Chigi - sarà un test fondamentale. Il cui risultato, inevitabilmente, condizionerà il corso della successiva campagna elettorale. Ma senza contraccolpi sull'esecutivo. Non tanto perché Meloni - a differenza di quanto fece Matteo Renzi nel 2016 - ha già detto che non si dimetterà in caso di vittoria del "no", quanto perché i numeri della maggioranza in Parlamento continuano a essere solidissimi.






