Se siete in cerca di un caso di resa culturale incondizionata, avete un luogo d’elezione: la Milano di Beppe Sala. Pettinata, arcobaleno, molto attenta a contenere le emissioni, pochissimo al controllo del territorio, per nulla alla tradizione. La notizia, depurata dal burocratese, è che questa Milano che si (auto) colloca all’avanguardia del Paese stasera si arrende ai maranza. E nella modalità più plastica e autoevidente: nessuna festa di Capodanno in piazza Duomo, nessun concerto o evento organizzato, ingressi contingentati, un grigiore amministrativo da socialismo (ir)reale.

Che certo prova a celarsi sotto argizogogolati ragionamenti contabili, prova ad appendersi alla presenza del megastore legato alle Olimpiadi (che comunque lascia agibile la maggior parte della piazza, e che andrebbe piuttosto valorizzato con uno spettacolo, non consegnato al nulla), ma di fatto rappresenta l’arretramento definitivo rispetto all’obbrobrio urbano dell’anno scorso. Ricordate il campionario degli orrori? La piazza più importante della capitale economica del Paese sequestrata da squadracce, tendenzialmente di nordafricani o arabi (è la cronaca, che rimane tale anche se non aderisce alle paturnie ideologiche del tempo), le quali proponevano motti dialoganti come “Allah Akbar!” o “Italia merda!”, si arrampicavano sulle statue e dulcis (per modo dire) in fundo davano sfogo alla graziosa pratica della “taharrush gamea”, né più né meno che la molestia sessuale di massa a danno di qualunque donna capitasse a tiro. Il modo lucido di evitare un rinnovato esproprio di piazza Duomo sarebbe fare un passo avanti, non due indietro.