Il principale fundraiser della presunta cellula italiana di Hamas è un personaggio chiave della vicenda che ha portato in carcere nove persone accusate di essere esponenti o, comunque, sostenitori attivi dell’organizzazione jihadista. E per capirlo basta approfondire la sua storia. Stiamo parlando di Adel Ibrahim Salameh Abu Rawwa, finito in manette sabato con l’accusa di concorso esterno in associazione terroristica, a cui avrebbe dato «un rilevante contributo all’organizzazione». Ufficialmente l’uomo è un impiegato dell’Associazione benefica di solidarietà col popolo palestinese (presieduta dal coindagato Mohammad Hannoun, arrestato a sua volta), di cui era il «referente per la raccolta delle donazioni nelle Regioni del Nordest»: negli atti dell’inchiesta emerge anche la sua straordinaria capacità di raccogliere offerte in contanti, 1,9 milioni di euro in pochi mesi. A cui bisogna probabilmente aggiungere i 560.000 euro che gli investigatori avrebbero scovato nascosti in un garage a lui riconducibile.
Prima contro la guerra. Poi contro il piano di pace. Ora contro le indagini della procura di Genova. C’è sempre un buon motivo per scendere in piazza. Anche ora che la magistratura sta cercando di fare luce su alcuni dei tanti «perché» uno dei luoghi più finanziati del pianeta resti irrimediabilmente anche uno dei più poveri. Anche ora che si sta passando al setaccio il meccanismo in base al quale, il 71% degli oltre 7 milioni di euro raccolti da Mohammad Hannoun, sarebbe stato dirottato nelle casse di Hamas anziché in quelle della popolazione civile.











