Un detenuto si è ucciso ieri nella propria cella nella casa circondariale di Asti. Il fatto è avvenuto alle 19 del 29 dicembre al piano terra della sezione B. La polizia penitenziaria è intervenuta per attivare le procedure d’emergenza che si sono però rivelate inutili. «La casa di reclusione di Asti soffre da tempo di una gravissima carenza di personale, in particolare nei ruoli di agenti e assistenti, una situazione che rende sempre più complessa l’attività di prevenzione, controllo e tutela della vita umana», dicono dall’Organizzazione sindacale autonoma polizia penitenziaria (Osapp). «Siamo di fronte a un fallimento annunciato – dichiara Leo Beneduci, segretario generale dell’Osapp – le carceri italiane sono ormai vere e proprie polveriere dove il disagio psichico dei detenuti esplode quotidianamente e il personale di polizia penitenziario è lasciato solo, sotto organico e senza strumenti adeguati».
Il commento dell’Uspp
«Questo tragico episodio pone l’ennesimo interrogativo su come intercettare i segnali di disagio e prevenire simili tragedie, spesso, purtroppo, i messaggi di aiuto non sono chiari o non vengono percepiti ed è a questo che si aggiunge la cronica carenza di organico che grava sulle spalle degli operatori, riducendo le possibilità di intervento tempestivo. I dettagli di quanto successo sono in via di accertamento», denunciano dall’Unione sindacati di polizia penitenziaria (Uspp). «Per questo, riteniamo sia urgente e necessario che l’amministrazione penitenziaria potenzi la presenza di psicologi e specialisti all’interno delle carceri, figure capaci di leggere tra le righe e intervenire tempestivamente in situazioni di crisi e che, al contempo, si affronti con serietà il problema del sovraccarico di lavoro del personale penitenziario, per garantire condizioni di sicurezza e di assistenza adeguate».







