Concentrare ossessivamente l’attenzione sul pericolo di essere “invasi” dagli immigrati — quelli che riescono ad arrivare, quelli che non lasciamo morire nel viaggio — distoglie l’attenzione dal vero problema endemico di questo Paese. La piaga, il segno del declino non sono i giovani stranieri che arrivano: sono i giovani italiani che se ne vanno. Di questo un governo lungimirante si dovrebbe occupare ossessivamente.
Istruiti, curati e cresciuti (quasi sempre) dal sistema pubblico, appena possono i ragazzi italiani se ne vanno. In numero crescente e assai più rilevante della presunta invasione: per ogni persona sotto i trent’anni che arriva in Italia in cerca di occasioni di vita e di lavoro ce ne sono nove che per le stesse ragioni se ne vanno. Un impoverimento di capitale umano a cui il Cnel ha dato un valore economico: abbiamo perso, tra il 2022 e il 2024, 16 miliardi all’anno.
L’esodo di giovani che emigrano all’estero riguarda soprattutto le regioni più produttive: la Lombardia perde così oltre tre miliardi, il Veneto un miliardo e sei. Le ragioni per cui se ne vanno sono scritte nella storia delle nostre famiglie: lavoro sottopagato, part time involontari, contratti a termine con ricatto (o accetti queste condizioni oppure avanti un altro) partite Iva sfruttate, nessuna chiarezza sulle prospettive di carriera, nessuna occasione di sviluppare autonomia. Un diplomato riesce a guadagnare, all’estero, fino a quattro volte quello che prenderebbe in Italia. Un laureato fino a sei (dipende naturalmente dai Paesi, e dalle competenze).










