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Negli ultimi tre anni e mezzo diversi abitanti della zona di Faenza, Bagnacavallo e Castel Bolognese, in Romagna, sono stati evacuati sei volte, l’ultima due giorni fa. Hanno passato la notte tra il 25 e il 26 dicembre da parenti o amici, e chi non aveva una sistemazione ha dormito su brande nei palazzetti comunali. I fiumi non sono esondati e non ci sono stati particolari danni, ma ormai chi abita in quei paesi sa che deve abituarsi a queste allerte ricorrenti, a questa perenne condizione di precarietà. Anche con centinaia di milioni di euro spesi per costruire nuovi argini, vasche di laminazione, canali e protezioni, infatti, difficilmente il territorio che va dagli Appennini al mare potrà mai essere del tutto al sicuro.
Ancor prima di questa allerta, le alluvioni del maggio del 2023 e del settembre del 2024, quando migliaia di persone rimasero senza casa, avevano mostrato in modo evidente quanto in Emilia e in Romagna sia elevato il rischio di alluvioni. Da anni l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), un ente di ricerca pubblico legato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, rappresenta questo rischio con una mappa che indica la percentuale di abitanti esposti alla “pericolosità idraulica” media o alta. In molti comuni dell’Emilia-Romagna, molti più che in altre regioni, la percentuale raggiunge il 100%.














