In Europa la responsabilità penale dei ministri resta un terreno accidentato, dove il principio dello Stato di diritto si scontra con architetture costituzionali che, in molti Paesi, continuano a offrire una protezione rafforzata ai membri dell’esecutivo. La richiesta avanzata in ottobre dalla Procuratrice europea Laura Kövesi al governo greco di rivedere la controversa “legge sulla responsabilità dei ministri” ha riportato al centro del dibattito una questione che va ben oltre i confini di Atene: quanto sono davvero uguali i cittadini davanti alla legge quando si parla di potere politico?
Il caso greco: quando la politica decide se la giustizia può agire
In Grecia la responsabilità penale dei membri del governo è disciplinata dall’articolo 86 della Costituzione e dalla legge 4622/2019, che regolano l’organizzazione dell’esecutivo e il funzionamento dell’amministrazione centrale. Il cuore del problema risiede nella procedura speciale prevista per i reati commessi da ministri e viceministri durante l’esercizio delle loro funzioni: solo il Parlamento ha il potere di avviare un’azione penale, con una decisione che richiede una maggioranza assoluta di 151 deputati su 300.
In altre parole, l’autorità giudiziaria non può procedere autonomamente, nemmeno per accertare fatti preliminari. Senza il via libera politico, l’indagine resta bloccata. Un sistema che, nella pratica, ha prodotto un effetto di immunità quasi totale, poiché la maggioranza parlamentare tende a proteggere i propri esponenti quando è al governo e a invocare la responsabilità penale solo quando si trova all’opposizione.






