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Il Fatto Quotidiano ha raccontato che lo Stato Maggiore della Difesa ha diffuso tra le varie forze armate italiane un documento in cui chiede che durante l’esecuzione della versione cantata dell’inno di Mameli non venga pronunciato il «sì!» finale, quello che chiude il ritornello dopo le parole «L’Italia chiamò» e che spesso si sente pronunciare con particolare intensità durante le manifestazioni sportive.
Il documento si rifà a un decreto che il presidente della Repubblica ha firmato a marzo e che è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 7 maggio, che richiama a sua volta l’articolo 1 della legge numero 181 del 4 dicembre 2017, in cui la Repubblica riconosce il testo di Mameli e lo spartito musicale originale di Michele Novaro quale proprio inno nazionale. Ma anche lo spartito originale contiene il testo dell’inno, e le due versioni differiscono proprio per un particolare: in una non è presente il «sì!» alla fine del ritornello, nell’altra sì (quella di Novaro, lo spartito con le note che hanno sotto il testo corrispondente). Dietro a questa differenza c’è tutta una storia che spiega come e perché quel «sì!» venne aggiunto solo in un secondo momento.
Il decreto del presidente della Repubblica non è chiaro sul fatto di prendere in considerazione il testo originale senza il «sì!»: da qui derivano le recenti indicazioni date dallo Stato Maggiore della Difesa. La presidenza della Repubblica ha fatto sapere al Fatto che la scelta della versione senza il «sì!» non ha nessuna ragione particolare, né tantomeno politica, ma ha a che fare solo con la volontà di aderire al testo originale.












