Ai cantanti pop capita questo: di rimanere imprigionati in una due tre canzoni. E di essere costretti a subirle e cantarle fino alla nausea, fino alla fine. Ironicamente George Michael è morto proprio il 25 dicembre, mentre Last Christmas, il soffice tormentone natalizio che aveva inciso quando ancora era con Andrew Ridgeley nel duo Wham!, suonava in radio, tivvù e nei pc, nei supermercati, nelle hall d’albergo e nelle metropolitane.

Un modo dolce di andarsene, ma forse non così indolore come lo stringato comunicato del suo management vuol far credere. Non si muore d’infarto a 53 anni senza una fitta dolorosissima che ci strappa dal sonno. Non si muore a quell’età se il cuore è in ordine e il fisico in forma. Le ultime foto paparazzate lo mostrano irriconoscibile, trasandato, ingrassatissimo, lo sguardo confuso — improbabile un ritorno sulle scene in quelle condizioni.

George Michael, una delle voci più belle del pop di fine Novecento, era entrato da molti anni in conflitto con la vita e la celebrità, schiacciato dall’impossibilità di essere normale, dopo i trionfi e 125 milioni di dischi venduti, dopo essersi confrontato con i suoi idoli musicali (da Elton John a Aretha Franklin), dopo essere stato confidente di Lady D e aver affrontato la gogna mediatica per il suo coming out e i comportamenti borderline prontamente ingrassati in copertina dai tabloid.