“Per i giovani di oggi che vogliono fare carriera l’unica speranza è andare all’estero”? Guardando alle analisi di Demos per Il Gazzettino, il tema sembra particolarmente divisivo per l’opinione pubblica dell’area. Oggi, infatti, è il 50% degli intervistati a condividere l’opinione proposta, ma guardando alla serie storica di cui dispone l’Osservatorio sul Nordest possiamo vedere come questo orientamento sia cambiato nel corso degli ultimi 17 anni.

Nel 2008 l’adesione all’idea che per i giovani desiderosi di fare carriera fosse necessario emigrare in un Paese straniero si attestava al 40%, ma già tre anni più tardi la percentuale sfiorava la maggioranza assoluta (49%).

Questa soglia sarà (ampiamente, 59%) superata nel 2013, e, in misura ancora più evidente, nel 2015, quando la condivisione arriva alla cifra record del 63%.

Per contestualizzare meglio questi valori, vale la pena richiamare il periodo storico che stava attraversando l’Italia, alle prese con gli effetti della crisi economico-finanziaria mondiale innescata dal crollo di Lehman Brothers. Tra crisi del debito sovrano e spread sopra quota 500; le dimissioni di Silvio Berlusconi e la chiamata di Mario Monti a presiedere un Governo tecnico; il tessuto imprenditoriale in crisi e il movimento dei forconi; la disoccupazione e la sfiducia diffusa che faceva soffiare forte il vento dell’antipolitica e del populismo: è in queste condizioni, tra le più complicate della storia della Repubblica, che si basava la larghissima adesione all’idea che i giovani dovessero andarsene per avere un futuro.