Il 28esimo regime è una delle promesse su cui la Commissione europea ha puntato per invertire la rotta degli investimenti in innovazione. Un inquadramento legale valido in tutti i Paesi dell'Unione, per aiutare le imprese, startup in testa, ad aggirare la giungla delle norme nazionali. Storia lunga, quella del 28esime regime. Tornato di attualità perché inserito tra le proposte per rilanciare la competitività europea nel rapporto dell'ex presidente del Consiglio italiano, Enrico Letta. E subito adottato come un mantra dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e dal suo esecutivo, per rovesciare l'immagine che Bruxelles sia solo chiacchiere e distintivo.Tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare. Specie quando devi mettere d'accordo i 27 condomini dell'Unione su una cornice legale che garantisca alle imprese pari condizioni, gli stessi documenti da produrre e un solo registro a cui iscriversi, pur lasciando alle norme locali fisco e contratti di lavoro. Così lo scorso 14 novembre, al forum a Lisbona dello European Innovation Council (che riunisce le agenzie pubbliche dei 27 deputate all'innovazione), la Direzione generale ricerca e innovazione della Commissione si è presentata con una bozza dei criteri di accesso al 28esimo regime.I criteri di accessoQuindi 28esimo regime sì, ma non per tutti. E quindi, chi ne potrebbe beneficiare, secondo questa prima classificazione che, è bene precisarlo, non è ancora ufficiale? A monte c'è che l'impresa deve essere insediata in Europa. A quel punto, intervengono tre scaglioni per entrare: impresa innovativa, startup e scaleup. L'impresa innovativa è il primo discrimine. Per la Commissione europea possono essere indicate come tali le aziende che soddisfano almeno uno di questi criteri. Primo: hanno speso in ricerca e sviluppo almeno il 10% dei costi operativi nell'ultimo triennio. Secondo: hanno incassato finanziamenti da operatori di venture capital o private equity negli ultimi tre anni. Terzo (e più complesso da dimostrare): hanno ricevuto nei 12 mesi precedenti un'attestazione professionale che provi lo sviluppo di servizi o processi destinati a rivoluzionare radicalmente il settore.Secondo la Commissione, le aziende che possono vantare almeno una di queste caratteristiche in Europa sono 4,951 milioni. Il 15% del totale. Un numero ricavato da una ricerca biennale condotta da Eurostat e che è puramente matematico. Perché se si analizzano i singoli criteri si scopre che le aziende che possono dimostrare di aver tagliato la soglia di spesa in ricerca è sviluppo sono 156mila. Lo 0,5% del totale, secondo una indagine del Joint research center (dati 2021). E quelle che hanno incassato soldi dal venture capital appena 46.200.Ma la platea si restringe ancora di più se si vuole accedere al 28esimo regime con il titolo di startup. Oltre a tutti i criteri dell'impresa innovativa, qui serve, nell'ordine: non essere quotati; avere una proprietà indipendente; avere meno di 50 dipendenti o un fatturato inferiore ai 10 milioni; essere operativi da meno di 7 anni. Applicando questi criteri al database di Dealroom (che traccia le operazioni delle startup) potrebbero reclaamre il titolo circa 42mila imprese. Lo 0,1% del totale.In fondo al tunnel c'è l'etichetta scaleup. E il filtro è ancora più stretto. Sono richiesti i criteri da startup, salvo il fatturato e il numero dei dipendenti (che possono essere superiori), e una crescita media annua del 20% nell'ultimo biennio (in termini di personale o ricavi) o di aver raccolto nello stesso periodo almeno 3 milioni via fondi di venture capital. Se si applica la griglia al database Dealroom, si identificano 11.500 aziende, pari allo 0,03% del totale europeo. Che diventano 4.200, se si considerano quelle con almeno 50 dipendenti.Chi fa il tifo e chi noIl rischio implicito è che il 28esimo regime resti un'opzione per un numero talmente ridotto di aziende, da fare il solletico ai problemi strutturali che la Commissione dichiara di voler risolvere attraverso questo strumento. Nella stessa Bruxelles si respira scetticismo. C'è tra alcuni europarlamentari della Commissione affari giuridici, che ha in mano il dossier che andrà al voto della plenaria a gennaio 2026. Mentre il Consiglio europeo preme per l'adozione.Anche dal mondo delle imprese arrivano segnali contrastanti, secondo un censimento delle posizioni fatto dal Parlamento europeo. A favore si contano associazioni industriali come Allied for startups, che rappresenta le imprese innovative. E la campagna Eu-Inc, che ha ottenuto l'appoggio di 16mila persone, tra cui i fondatori di alcune tra le startup più interessanti del momento, come Arthur Mensch di Mistral o Anton Osika di Lovable. E Digital Europe (a cui sono iscritti Amazon, Nvidia, Meta e Google tra gli altri), che sostiene l'inutilità dei criteri di accesso e richiede semplicemente una incorporazione rapida (in meno di quarantotto ore) e interamente digitale, un tribunale specializzato e meccanismi di insolvenza allineati. Al contrario, Business Europe, che pure è pro 28esimo regime, ritiene che questo aspetto dovrebbe rimanere sotto il controllo nazionale e che l'accesso dovrebbe essere garantito in via priorità a startup e scaleup.Per lo European business and innovation centre network, la rete dei centri di innovazione, il 28esimo regime dovrebbe essere associato a un sistema di identità digitale per le imprese (a cui la Commissione in effetti sta lavorando). E, tecnicismo giuridico, essere approvato sotto forma di regolamento e non di direttiva. Questo perché il regolamento è vincolante in maniera uniforme in tutti i 27 Stati. Mentre la direttiva fissa un obiettivo e lascia ai governi la modalità legislativa per raggiungerlo, con il rischio, paradossale, di curare la frammentazione con altrettanta frammentazione.A nome delle reti sindacali lo European trade union institute ha invece protestato contro la proposta. Che ritiene dannosa per il diritto del lavoro, a causa di un quadro sganciato dai vincoli domestici, e per il rischio di favorire la creazione di società fittizie. Mentre un'analisi di Ecorys e del Centro studi di politica europea, commissionata dal Comitato economico e sociale europeo e pubblicata nell'ottobre 2025, ha individuato quattordici raccomandazioni per guidare il progetto. Tra cui criteri rigorosi di accesso al sistema.Vedremo quale lettura vincerà. Nel frattempo quel che è certo è che l'Europa ha bisogno di recuperare terreno in campo imprenditoriale. Secondo l'ultimo rapporto Missing enterpreneurs dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, l'Unione potrebbe contare su 7,5 milioni di imprenditori e imprenditrici in più, se le condizioni per fare business fossero migliori. Nei primi nove mesi dell'anno, secondo il rapporto The State of European tech 2025 curato dal fondo Atomico, in Europa sono stati investiti 44 miliardi di dollari in startup. Più 7% rispetto allo stesso periodo del 2024. Man ben lontani dai 177 miliardi dei soli Stati Uniti, che segnano un +95%. Se è il 28esimo regime una delle chiavi per cambiare musica, è bene che l'Europa trovi il modo di farlo funzionare davvero.
Con il 28esimo regime l'Europa promette di semplificare la vita alle startup. Ma a quante aziende pensa di regalare il sospirato taglio della burocrazia? Beh, meno di quelle che immaginate
Secondo i primi conti, si tratta di uno zero virgola. Per questo le associazioni di categoria chiedono maglie più larghe per il quadro giuridico speciale per le imprese innovative






