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Negli Usa le politiche inclusive, nate per proteggere le minoranze, hanno cancellato dalle professioni intellettuali chi viene visto come "razza privilegiata"
Questa storia parla della generazione perduta. No, non la lost generation di Hemingway e Fitzgerald, non ci sono le illusioni sfumate della Belle Époque e corride alle cinque della sera, non c’è neppure una maledetta guerra mondiale, non ancora perlomeno. È solo la storia dei maschi bianchi americani che circa quindici anni fa si sono messi in testa di lavorare nel mondo delle professioni liberali o dell’industria culturale e sono stati cancellati dalle politiche di integrazione. Non erano neri, non erano donne, non erano omosessuali. Erano nipoti, figli e fratelli minori di un largo insieme di privilegiati e hanno pagato per tutti. Il racconto di tutto questo è di Jacob Savage, uno che ha vissuto il tagliafuori sulla sua pelle e si è consolato narrando il fenomeno, con testimonianze e numeri, su «Compact», una rivista non certo trumpiana, ma che si definisce liberal e socialdemocratica. La beffa è che a portare l’esperienza di Savage in Italia è uno della generazione, la generazione X, che lui ritiene responsabile della sua sfortuna. Si chiede venia.






