Recentemente la figura dello scrittore giapponese Yukio Mishima è stata accostata a quella di Pier Paolo Pasolini. Ricorda Jon Halliday che l’edizione giapponese del suo libro-intervista a Pasolini uscì corredata da una fascetta contenente una domanda: «Pasolini era il Mishima italiano, vissuto nella frattura tra il mondo del mito e la rivoluzione?». Halliday suggerisce i punti di contatto tra i due: entrambi omosessuali, assillati dalla vigoria del corpo, convinti della irrecuperabilità del passato. L’affermazione «erano stati uomini di sinistra spostatisi a destra» ieri appariva sbalorditiva, oggi molto meno. L’accostamento dunque non è errato. Ma ne esiste un altro più attinente: Gabriele D’Annunzio. Per una semplice ragione: l’«estetica armata». Il Vate le armi le impugnò contro i nemici. Mishima contro di sé, il 25 novembre 1970, sbudellandosi con una spada affilata.
Ricorre al seppuku (taglio del ventre), come i samurai, per espiare una colpa. Perché? Il Giappone del dopoguerra ai suoi occhi si era disumanizzato, secolarizzato, svirilizzato. Non più Impero, Nazione, Bellezza, Sacro, Disciplina, Onore, Tradizione. La perdita della vita, dopo la perdita dell’innocenza, gli apparve l’unico gesto possibile per riscattare un’esistenza priva di senso. Come scrive Daniele Dell’Orco nell’introduzione a L’esercito di Mishima. Storia segreta della Tate no Kai (Idrovolante, pagine 400, euro 20), l’atto violento con il quale chiude teatralmente la propria avventura terrena (e in questo somiglia davvero a Pasolini, essendo D’Annunzio morto di vecchiaia nella dimora monumento), rappresenta «la chiave di volta che unisce l’estetica all’azione, la scrittura al sangue, la parola alla lama».








